Red is your best ally
Disclaimer: Questa fanfiction non è a scopo di lucro, non vuole offendere o essere lesiva nei confronti delle persone reali descritte, né pretende di dare un ritratto veritiero di eventi o personalità.
Red is your best ally
I pantaloncini andrebbero vietati per legge.
È un pensiero che naviga pigro nella sua testa, come un ippopotamo placido e minaccioso che galleggia nelle acque viscide e limacciose della sua mente, circondato da coccodrilli affamati... da altri meravigliosi e peccaminosi pensieri affamati di sesso e che prevedono che quei pantaloncini spariscano dalla sua vista. Alcuni invocano di strapparli via, con le dita, a morsi o con le forbici o con uno strattone poco importa, altri propongono qualcosa che coinvolga un minor dispendio di energia, qualcosa tipo abbassiamogli quei fottuti pantaloncini e ricordiamoci cosa c'è sotto. Un paio, poi, danno come un colpo di gomito, un sussulto, una capriola elegante prima del tuffo, perché in fondo è seduto di fronte a lui, semidisteso al sole, a gambe larghe, con i pantaloncini un po' larghi che quello che c'è sotto lo fanno intravedere anche troppo bene. Si trincera dietro gli occhiali da sole, senza una parola, e sfiorandosi il petto cerca di rievocare com'era sentire il suo sotto le dita, carezze sottili e inadatte alle mani che si ritrova, massaggi tutti strani ma inspiegabilmente l'unica cura certificata contro i suoi mal di pancia, tocchi inumiditi e vibranti che si spingevano dove solo lui aveva il permesso. Prima. Le dita si appiccicano per il calore, come a volergli ricordare niente più carezze, un mal di pancia incurabile, e niente più permessi per un cazzo di niente. Dopo. Tra il prima e il dopo mezzo Mediterraneo, gli aerei che inspiegabilmente diventano bestie dagli orari scomodi, le occasioni di fuggire via che diventano momenti piacevoli da passare con la famiglia, e la settimana in villa che diventa due giorni, o Helena comincia a strillare che non vedo abbastanza i piccoli, anzi, se posso andarmene domani sera, e la risposta giusta doveva essere una sola. Vai, vattene, vaffanculo, non farti più vedere, non voglio vederti mai più, non disturbarti neanche a salutarmi. E invece no. José vorrebbe avere tutto il coraggio e la faccia di culo che mostra al resto del mondo trecentosessantatré giorni all'anno, non la smorfia sofferente di caldo afoso e frustrazione e desiderio che gli fa ringraziare che, dopotutto, sia abbastanza lontano da lui su quella terrazza bianca e soleggiata e enorme.
«Potremmo anche parlare.»
Si appiglia con forza alle quelle parole, le prime dopo i saluti un po' distaccati all'aeroporto – la faccia sorpresa di chi non si aspettava di non avere bisogno di un taxi, il silenzio imbarazzato di qualcuno che ha deciso, ha scelto per tutti e due e ha scelto proprio il silenzio, la non risposta – e lo fa a modo suo, in bilico tra il divertimento e il desidero di ferire.
«Potremmo, già. Abbiamo nove mesi da recuperare» gli fa notare: le labbra si incollano tra loro e la voce passa a fatica, e ciononostante è chiara e udibile e l'allusione chiarissima fa il suo effetto. «Diamine, c'è chi sforna figli in tutto quel tempo, avremmo potuto parlare almeno una volta.»
«Be', si parla in due.»
«E tu ti sei fatto negare.»
Perfino lo sbuffo è fiacco, indebolito dalla calura. «Non mi sono fatto negare. Guardiola e Laporta hanno chiuso i cancelli, quando ci siamo fermati. Perfino nelle giornate libere eravamo reclusi!»
«Così reclusi» constata, ironia e rabbia e frustrazione che erompono in un sibilo, «che tua moglie aspetta il terzo maschio.»
«Quindi?» scatta in piedi, lasciando che la stoffa di quei dannatissimi pantaloncini torni nuovamente a coprire le cosce come possono. «Sei sposato e colpevole quanto me, non osare provare a insegnarmi la morale, Jojo!» sbraita, e José nota solo adesso quanto gli spigoli e le ruvidezze dell'accento scandinavo siano state smussate e ammorbidite come cinque anni di Italia non sono mai riusciti a fare. Si alza con calma, dandogli la schiena e avvicinandosi alla balaustra della terrazza come a voler ammirare il verde che circonda la villa da ogni lato.
«Non venire a raccontarmi che eri in gabbia. Zlatan non si è mai fatto rinchiudere... impedire a Zlatan di fare quello che vuole, di andare dove vuole, significa ucciderlo.»
«Parli di me come se non fossi presente» la voce è un po' più vicina, il tono più accigliato. José non si volta.
«Be', se Zlatan si è fatto rinchiudere senza protestare, senza scossoni, senza mal di pancia, significa che è morto. E io non posso aspettare i morti. Posso amarne il ricordo, al massimo.»
L'afa si riappropria di tutto lo spazio tra loro. José si concentra sul suo strascicare i piedi sul posto, quello che fa sempre quando non sa cosa fare.
«Voltati.»
«Sono sordo.»
«Voltati» ringhia di nuovo, rabbioso. José lo guarda di sottecchi, girandosi pochissimo, e resta senza fiato per la violenza del pugno che gli tira poco sotto lo stomaco. I suoi occhi brillano di un nervosismo indecifrabile: nemmeno José saprebbe dire quale delle sue tante accuse più o meno velate ne sia la causa.
«È stato un errore venire qui.»
«E il pugno, no?» geme, il viso ancora contratto in una smorfia.
Ci pensa un attimo. «No, Jojo. Non veramente» commenta triste, mentre varca la portafinestra per tornare in casa. José si lascia scivolare lungo la balaustra fino a sedere per terra, ignorando le pulsazioni dolorose che continuano a seguire e a martellare di riflesso nella testa. Chiude gli occhi.
«Cristo.»
«Mettimi giù. Mi stavo addormentando.»
Lo ignora. Ignora che sia pesante – meno di quanto ricordasse, più di quanto sia disposto a ricordare, – ignora le sue lamentele, ignora il suo agitarsi e anche le sue smorfie. Lo prende in braccio e basta.
«Hai una faccia orrenda.»
«È il caldo. Sto bene, maledizione!»
«Fottiti.» Esita agli incroci dei corridoi sempre un istante più del necessario, come a non saper decidere in quale camera portarlo... questa non è fresca, la preferita di Matilde non è davvero il caso, e se lo portassi di qua sarebbe lontano dal bagno e magari ne ha bisogno.
José riapre gli occhi quando quel rollio insopportabile e la sua presa forte e un po' appiccicosa cessano insieme, e sotto di sé ha un materasso rigido e largo e sopra di sé la visione di un paio di pantaloncini rossi.
«Bevi.»
Manda giù, cercando di non sputare tutto e di non essere troppo disgustato dal sapore dolciastro e dall'acqua quasi calda. «Troppo zucchero.»
Per tutta risposta sospira stizzito. «Perché non me ne sono andato?»
«Per lo stesso motivo... per cui mi hai chiamato Jojo.»
«Quella è abitudine.»
«Se preferisci chiamarla così...»
«Senti, possiamo litigare dopo, per favore?» sbotta. José fa fatica a mettere a fuoco il suo sguardo preoccupato. «Riposati un paio d'ore, hai preso un colpo di sole e ti ho quasi incrinato una costola.»
«Togli il quasi?»
«Dimmi dov'è la manopola dei condizionatori nella mia stanza.»
José tenta di riflettere in fretta. «Dovrebbe esserci il telecomando, sulla mensola dove hai poggiato il cellulare.» Zlatan butta all'aria ordine e compostezza prima di trovarlo: lo aziona al minimo, chiude le persiane cercando di non fare rumore e si siede sulla poltroncina su cui aveva poggiato i vestiti appena arrivato, trascinandosi in uno stridio accennato fino al bordo del letto. La penombra diventa presto più fresca e meno umida.
«Ti ricordi quando ero seduto lì e...»
Zlatan si sporge e gli poggia un dito sulle labbra. «Dopo. Riposati.» Vorrebbe dire qualcosa quando José ne circonda la punta in un bacio – qualcosa di giusto, per una volta – ma si limita a strofinarlo con decisione sul suo labbro, prima di lasciarlo tranquillo.
«Ti ricordi quando ero seduto lì e non ti ho tolto gli occhi di dosso per ore?»
«Me lo ricordo» annuisce, continuando a pigiare i tasti del cellulare con una certa rapidità. «Pensavo che volessi imparare anche dove ho ogni neo.»
«Be', era proprio così. O non ti avrei chiesto di spogliarti.»
«Sono le tre. Ho preso qualcosa dalla cucina, se vuoi.»
«Quale cucina?»
«Quella in fondo a questo corridoio. Non sapevo quando ti saresti svegliato.»
José fa una smorfia, tirandosi a sedere. «È quella di Tami. Preferisco digiunare, qualsiasi cosa tu abbia preso da lì.»
«È un panino, Cristo santo.»
«Ah.» Lo prende in silenzio. «Hai già mangiato?» gli chiede, spostandosi di una spanna o due verso il muro al suo diniego.
«Non credo sia una buo-»
«Se fosse una tua idea, sarei d'accordo con te.» Zlatan sospira e, dopo aver tirato via le ciabatte, si sdraia al suo fianco, voltando un cuscino contro la testiera e appoggiandovi la schiena.
«Tanto è un panino ciclopico. Non riuscirò mai a mangiarlo tutto» sorride, strappandone un pezzetto e allungandoglielo all'altezza della bocca.
«Non ho cinque anni» mugugna.
«Un morso a te, un morso a me.»
«Neanche tu hai cinque anni, Jojo!» protesta, ma José approfitta della bocca aperta ficcandogli dentro pane e mozzarella e un'ombra di verdure.
«Non si parla a bocca piena» commenta seraficamente, mordendo il panino e passandoglielo mentre mastica il suo boccone. Per caso o per volontà precisa, Zlatan si rifiuta di ruotarlo, e lo assaggia dalla sua stessa parte.
«Pensavo che andarmene avrebbe risolto qualcosa.»
«Te l'ho detto che le tue idee fanno schifo?»
«Un centinaio di volte, almeno» ride.
«Adesso, però...» annuncia con enfasi, scavalcandolo e chinandosi su di lui – un solo bacio, per ricordarmi che sei mio, gli chiede con gli occhi, e Zlatan gliene concede uno, sono tuo, e poi un altro sul bordo del labbro, e anche tu sei mio, e un altro ancora che lo costringe ad annaspare in cerca di aria, perdonami se l'ho negato; gli afferra i fianchi in una carezza decisa, prima di continuare. «... devo fare una cosa.»
Zlatan freme, le labbra già dischiuse e ancora umide di lui, in attesa. José gli tira giù i pantaloncini con rabbia, scoprendo le gambe e tornando a fissarlo per soddisfare la sua espressione perplessa.
«Dio, se ho preso in odio questo straccetto.» Lo appallottola e lo tira fuori dalla stanza, prima di risalire con le dita lungo i muscoli delle cosce, fino a sfiorare le linee nette celate dai suoi slip. «Tu non hai idea di quanto abbia contato i giorni.»
«Per scoparmi?» mugola, soltanto un velo sprezzante nella sua voce. José ride.
«Be', non è una priorità, quello» ribatte allusivo. «Ma no, non per quello.» Termina di spogliarlo, scoprendo la sua eccitazione e ignorandola completamente. «Ricordarmi chi sei, ecco cosa volevo.»
«Parla di meno, Jojo» ansima. E José lo accontenta, chiudendo le labbra su di lui.
FINE
Noticina: è ufficiale, io mi perdo le storie per strada °__° avrò finito 'sta storia quando ero in Croazia, giorno più giorno meno, e non ho la più pallida idea se sia stata betata oppure no. Oh, beh, fatene quello che volete, era più o meno da Green is not your enemy che non scrivevo del Jobra vero, puro e non inquinato da esigenze di trama *nods* sul perché proprio dopo questa storia, fare riferimento alla follia della mia donna. &neverdies;