Oh yes the butterflies are still there
Disclaimer: Questa fanfiction non è a scopo di lucro, non vuole offendere o essere lesiva nei confronti delle persone reali descritte, né pretende di dare un ritratto veritiero di eventi o personalità.

Oh yes the butterflies are still there
unito
Bergamo è perennemente umida, diffidente e un po’ triste anche per chi ci ha sempre vissuto, da pendolare o da residente, e Riccardo non può neanche immaginare come possa essere avvilente per chi ha lasciato la sua famiglia e le sue origini a tanti chilometri di distanza. Il ragazzo nuovo non ha l’aria spaesata dei tanti che arrivano lì con l’aria solo fintamente baldanzosa perché la società si è interessata a loro, o l’espressione istupidita come quelli (più numerosi) che si rendono conto che dovranno sgobbare anche a scuola, e avere quantomeno dei voti passabili anche nelle materie che non coinvolgono esercizi ginnici e anatomia del corpo umano; in realtà Riccardo non saprebbe nemmeno dire che aria abbia Pazzini, perché ogni volta che l’ha cercato con gli occhi tra le tre dozzine di coetanei si è ritrovato a fissare le sue spalle – forse anche più a lungo di quanto avrebbe dovuto.
Quando lo vede armeggiare con l’asciugatore vecchio e malandato del secondo spogliatoio, gli si avvicina senza neppure pensarci. «Prima volta?» si propone, mostrandogli che il pezzetto di legno che pende dal bordo inferiore non è un orpello di rara bruttezza, ma serve per spingere l’interruttore troppo duro anche per essere preso a pugni.
«Grazie» gli dice, sorridendogli apertamente e stringendogli la mano con la sua grande, calda e un po’ ruvida; e poi Giampaolo gli si avvicina e lo bacia sulle labbra con la naturalezza di chi ha sempre saputo che quel gesto sarebbe stato ben accolto.
«Ma…» balbetta impacciato, indietreggiando appena verso il centro della stanza e guardandosi nervosamente intorno per assicurarsi che nessuno li abbia visti.
«Prima volta?» ripete Giampaolo, facendogli una smorfia che ricorda terribilmente il suo modo di piegare la bocca quando è nervoso, e Riccardo scoppia a ridere, dimenticandosi all’istante del suo intenso imbarazzo.
diviso
«Ti sposi?» gli domanda, neppure sicuro di voler tentare di far passare il suo rancore e il suo rimpianto per un dubbio che non esiste – Giampaolo non può non aver notato le centinaia di pagine sulle riviste patinate, le migliaia di interviste ed ospitate e gli innumerevoli ed illuminati pareri di opinioniste dalle labbra a canotto e di giornalisti effeminati, a meno di non ritirarsi in un eremo o in un convento di clausura a picco sulle Cinque Terre e non uscirne mai più. Così, anziché richiedere nuovamente una spiegazione quando Riccardo resta in silenzio e rifugge il suo sguardo, indietreggiando fino a incontrare la parete, Giampaolo gli afferra il viso ai lati del mento e glielo solleva per costringerlo a guardarlo negli occhi, sillabando le due parole in silenzio, e poi ripetendole a voce sempre più alta. «Ti sposi!» grida, schiacciandolo contro il muro con rabbia trattenuta a stento, e trema e ansima per il nodo alla gola che non si scioglie più.
«Io… non avevo scelta.»
«Questa» sibila, sentendo il corpo di Riccardo tendersi come ha sempre fatto e non riuscendo a provare altro che disgusto, «è solo una cazzata di facciata. Non avresti mai neanche toccato Cristina senza di me, perché non ti si rizza nemmeno se non pensi a me.» Giampaolo quasi si compiace del pallore intenso del suo volto, o degli occhi sgranati e colmi di lacrime che lo fissano persi e rivelano le verità ben chiuse dietro le sue labbra invitanti, le stesse che spacca con un pugno bene assestato e che si imbrattano del suo stesso sangue.
«Auguri e figli maschi» mormora con spaventoso distacco, lasciandolo stordito ai piedi del muro contro il quale è scivolato. «Giampaolo!» lo prega Riccardo in un singhiozzo, tendendo la mano, ma Giampaolo non si volta più indietro.