Melting Lullaby
Disclaimer: Non sono miei, non sono gay (forse, boh, chissà) e nessuno mi paga per scrivere neanche la lista della spesa. E i miei poteri di oracolo non sono interessati al coming out.

Melting Lullaby
«Non riesco a dormire.» È un sussurro così dolce e sottile e tuttavia perfettamente udibile che sembra essere diretto soltanto a lui, quasi a nascondersi alle orecchie di inesistenti altri all'ascolto nello spazio tra una camera e l’altra, e all'improvviso non se la sente di tenerlo a distanza ancora a lungo; è stata la manciata di minuti più lunga degli ultimi mesi, probabilmente, e non ha intenzione di protrarre il silenzio nei suoi confronti ancora per molto.
«Ma tu sì» aggiunge con amarezza, facendo frusciare le coperte. Marco si tormenta insistentemente il labbro con i denti, prima di rispondergli.
«No, non dormo.» La voce che tira fuori è stanca, contiene mille sfumature – avvilimento rabbia delusione sollievo affetto tensione – ma è soltanto stanca. Lo sente, probabilmente anche Silvio se n’è accorto, perché respira pianissimo da qualche parte nel buio e non parla più. «Che hai?»
«Te l’ho detto, non riesco a dormire.»
Marco spalanca gli occhi, a disagio, appena consapevole del risentimento che ha covato per quasi due ore verso di lui e del fatto che avrebbe trattato allo stesso modo Chiara se Morgan avesse deciso di eliminare lui (ed è con Morgan che dovrebbe prendersela, o forse con il televoto, o forse con se stesso perché passa il tempo a fare stupidate, da quando son chiusi nel loft). «Hai voglia di parlare?»
«Sì» risponde Silvio, con un tono decisamente più soddisfatto – probabilmente non voleva altro. «Aspe’, cerco la luce.»
«Lascia buio.»
«Così non ti vedo, però» obietta, abbozzando una risatina che si fa più convinta soltanto quando Marco l’accompagna con la propria.
«Vengo da te, aspetta.» Marco si alza in fretta, rovistando per terra alla ricerca di qualcosa per salvare i piedi dall’assideramento da contatto-col-pavimento; al buio non è poi così facile, però, e si limita ad attraversare di corsa i pochi metri che passano tra la porta della camera che ha momentaneamente preso in prestito (voleva dormire lì, stanotte; Chiara ha dimenticato un paio di pupazzetti su uno dei comodini, glieli riporterà non appena sarà il suo turno di uscire dai loft) e quella che è il regno di Silvio fin dal momento in cui ci è entrato. E infatti sta ancora biascicando «Tira dietro le gambe o te le spezzo sedendomi sopra» mentre inciampa in qualcosa di soffice e grosso che si frappone tra i piedi e per poco non cade lungo disteso per terra, piombando sul materasso miracolosamente sgombro di gambe.
«Era meglio se accendevo la luce» commenta Silvio con una risatina mentre fa scattare l’interruttore dell’applique e scosta le coperte. «Dai, vieni qui.»
Marco lo guarda stranito da sotto in su, contorto com’è nel cercare di rimettersi in piedi come può – anche se con la luce accesa è effettivamente molto più facile. Si siede sul bordo del letto, appoggiandosi appena alle sue gambe piegate; se in qualche modo sia rimasto deluso dal fatto che non l’abbia ascoltato, Marco non può saperlo e Silvio non lo lascia trasparire.
«Senti, mi dispiace. L’ho presa male, basta, mi passa.»
«Lo so. Dispiace anche a me.»
«Non dire stronzate» sbotta, stringendo le coperte sotto la mano fino a trovare il ginocchio. «Tu sei l’unico che non ha colpe.»
«E se Morgan avesse sbagliato? E se Chiara se lo fosse meritato più di me, di restare? E se-»
Marco non lo lascia terminare, stringendo il ginocchio di Silvio tra le dita fino a strappargli un gridolino di protesta.
«Non dire stronzate» ripete. «Tanto usciamo tutti.»
Tra di loro si distende un silenzio pesante, interrotto solo dal cicalino brevissimo dell’orologio di Silvio che segna le tre, o forse le quattro. Un attimo dopo (o forse parecchio dopo, ma nessuno dei due se ne rende davvero conto) Marco è già sotto le coperte del letto, sorridendo quando Silver si scioglie sulla sua spalla in un pianto sommesso. E il ruolo del consolatore non gli si addice, davvero.
«Ma sei scemo?»
«È più forte di me» piagnucola, avvicinandosi un po’ al braccio che Marco gli ha teso. «E comunque tu hai passato nove settimane e mezzo a piagnucolare.»
«You can leave your hat oooon» canta con un filo di voce al suo orecchio, facendolo scuotere tutto. «Ti ho messo paura?»
«Sì. No. Hai i piedi gelati» farfuglia.
«Bel ringraziamento. Sono venuto scalzo.» Marco mette su un broncio offeso che si vede e non si vede nella penombra e che dura esattamente un paio di secondi, prima di essere scalzato da un’altra risatina doppia e da un «Baby take off your coat, reeeeeeal slow» che scatena un altro brivido che corre su e giù lungo la schiena di Silvio. Marco se lo ritrova addosso un battito di ciglia più tardi, e non pesa davvero niente rispetto a quel che pensava. È un peso morbido e caldo che gli accarezza la pancia con una carezza lievissima e tenera, e a Marco va più che bene così perché è semplicemente bello; scende con le dita fino al bordo del pigiama di Silvio, stupendosi di trovarlo caldissimo tra la pelle e la stoffa, gli spigoli del bacino che si sentono appena quando lo accarezza dolcemente e prende a seguire le scie di calore che risalgono dal fianco al petto, e poi alla spalla. Vorrebbe cantare ancora per lui, tanto è bello andar dietro a disegni invisibili che solo il tatto può trovare in quella penombra, ma le labbra sono secche e incollate l’una all’altra, e la gola si rifiuta di cantare, di dire qualcosa, anche soltanto di ricordarsi chi è e chi sono ripetendo un semplice nome. E poi le labbra si schiudono all’improvviso in un sospiro quando le carezze di Silvio si spingono oltre i pantaloni, sfiorandolo esitante e poi toccandolo con più decisione mentre al tempo stesso si preme contro di lui, evitando anche di guardarlo, di guardarsi, mentre le mani scivolano agili in movimenti quasi familiari. Silvio si schiaccia contro il suo collo, respirando forte e vicinissimo alla sua pelle, in un gesto che significa molto più di un bacio pur non avendone l’aria, perché Marco può sentire il piacere che scivola su di lui fuori dalle labbra semiaperte di Silvio in un mugolio trattenuto a fatica nell’istante stesso in cui sente le dita inumidirsi con le ultime carezze che gli concede; e non passa molto – i movimenti di Silvio si fanno più sicuri, il calore intenso e devastante che gli pizzica gli occhi e gli infiamma la gola in un respiro mozzato – che si distende e si irrigidisce sotto i suoi tocchi, e diventa tutto molle e ardente, come se si fosse liquefatto tra le sue dita.
«Resto qua» mormora infine, senza riuscire a riconoscere la propria voce. Silvio non risponde alcunché.
Quando la produzione dà loro la sveglia, poche ore più tardi, si risvegliano esattamente come si erano addormentati – ognuno dalla propria parte di un letto improvvisamente troppo stretto per due persone, e un disastro cui non si sono dati la pena di mettere riparo, perché le coperte erano troppo calde e invitanti per alzarsi e cambiarsi.
Marco alza gli occhi al cielo quando l’addetta lo richiama per la terza o quarta volta via altoparlanti, tirando giù il Paradiso a colpi di imprecazioni per quanto si sente caldo e sonnolento, e alza la testa prima per guardare l’ora sulla radiosveglia (“Cazzo.”), poi il biglietto con la scrittura illeggibile di Morgan («Cazzocazzocazzo!») e infine quello che resta di Silvio, terribilmente somigliante a un budino semidisciolto con la maglietta stropicciata e arrotolata verso l’alto e i capelli appiccicatissimi alla fronte. Lo scavalca in fretta dopo averlo scosso un po’ per il braccio, inutilmente, e quando corre nella stanza della sera prima per recuperare le pantofole constata, con un gemito di frustrazione, che i pupazzetti di Chiara non ci sono più.
FINE
Noticina: disposizione delle stanze? sveglia mattutina? passione di Chiara per i pupazzetti e di Morgan per le pratiche voyeuristiche? Tutte licenze poetiche, illazioni, sogni, chimere e fallaci illusioni. Fae istiga con piacere e frustino flessibile, Liz sbircia tra le dita mentre si porta le mani al volto con un "AW" che somiglia a un "EW" o viceversa. Io credo di non aver scritto, ma soltanto di aver sognato di farlo XD